Un’indagine recente accende i riflettori su ciò che scorre dai rubinetti italiani, tra zone critiche e poche eccezioni che sorprendono.
Aprire il rubinetto è un gesto automatico, quotidiano, che raramente porta con sé dubbi. Eppure, negli ultimi mesi, la qualità dell’acqua potabile è tornata al centro dell’attenzione, sollevando interrogativi che riguardano milioni di famiglie italiane. I dati più recenti raccontano una realtà meno rassicurante di quanto si pensi, fatta di contaminazioni diffuse e di un sistema di controlli che fatica a stare al passo con le evidenze scientifiche. Non tutte le regioni, però, mostrano lo stesso livello di criticità: mentre alcune aree risultano particolarmente esposte, altre sembrano reggere meglio l’urto di un problema ormai strutturale.
L’elemento che preoccupa di più è la presenza dei PFAS, sostanze chimiche artificiali che da anni vengono utilizzate in numerosi processi industriali e prodotti di uso comune. Questi composti hanno una caratteristica che li rende particolarmente insidiosi: non si degradano. Una volta entrati nell’ambiente, restano nelle acque, nel suolo e negli organismi viventi per tempi lunghissimi, accumulandosi in modo silenzioso.
PFAS nell’acqua potabile: una contaminazione che divide l’Italia
Un’ampia indagine condotta ha analizzato centinaia di campioni di acqua potabile in comuni distribuiti su quasi tutto il territorio nazionale. Il risultato è stato netto: oltre tre quarti dei campioni contenevano almeno uno dei composti PFAS ricercati. Una percentuale che restituisce l’immagine di una contaminazione estesa, con picchi più evidenti nelle zone già segnate in passato da una forte presenza industriale.
In questi territori, l’acqua del rubinetto rappresenta oggi un rischio più concreto, perché le falde risultano maggiormente esposte a sostanze vietate o considerate potenzialmente cancerogene. In altre aree, soprattutto dove l’impatto industriale è stato storicamente più limitato, i livelli rilevati sono più bassi e, in alcuni casi, prossimi ai parametri più restrittivi adottati all’estero. Sono poche eccezioni, ma dimostrano che una gestione diversa è possibile.
Tra le sostanze individuate spiccano composti come il PFOA e il PFOS. Già messi al bando a livello internazionale ma ancora presenti in una quota significativa dei campioni italiani. Ancora più diffusa è la presenza del TFA, una molecola particolarmente difficile da eliminare anche con sistemi di filtrazione avanzati. Rinvenuta non solo in contesti urbani ma anche in zone rurali considerate fino a poco tempo fa al riparo da simili problemi.

PFAS nell’acqua potabile: una contaminazione che divide l’Italia – nardonardo.it
Il nodo centrale resta quello normativo. In Italia, l’assenza di limiti vincolanti specifici rende accettabili concentrazioni che in altri Paesi europei o negli Stati Uniti verrebbero considerate inaccettabili. Il confronto con nazioni che hanno già adottato soglie più severe mette in evidenza un ritardo che pesa sulla tutela della salute pubblica.
La qualità dell’acqua del rubinetto, dunque, non è una questione uniforme. Dipende dal territorio, dalla storia industriale e dalle scelte politiche. In attesa di regole più stringenti e controlli più trasparenti, i dati mostrano chiaramente dove il rischio è più alto e dove, almeno per ora, l’acqua risulta più sicura. Una differenza che non dovrebbe esistere, ma che oggi racconta molto dello stato dell’ambiente in Italia.








